Gavin Cavanagh: Here’s a rather long record. I hope I’m here at the end of it.
I love Rock Radio è una figata assoluta: gli anni 60, il rock&roll, la ribellione contro l’establishment, le droghe, la liberazone sessuale… tutto in un unico film! Imperdibile.
Bastardi senza gloria. Ero curioso di vedere dove e come Tarantino avrebbe piazzato l’ormai consueta scena di feticismo del piede. Riesce sempre a sorprendere: geniale trovata il pretesto della scarpetta perduta, che fa tanto Cenerentola. Ma a ben guardare il nostro Quentin ha preso due piccioni con una fava: Diane Kruger oltre che ad avere piedi bellissimi, nel film è la copia fedele della Barbara Bouchet degli anni ‘70. Tarantino è un grande: fa i film per giocare con i suoi feticci e riesce pure a farti divertire.
Contrariamente a quello che sostengo di solito il doppiaggio italiano in questo caso massacra il risultato finale. Le 4 lingue parlate nel film, inglese, tedesco, francese e siciliano, meritano di essere godute nella versione originale con i sottotitoli, in modo da poter percepire in pieno la dissacrazione dell’inglese masticato nel Tennessee prima e l’improbabile siciliano poi, ad opera del tenente Aldo Raine (Brad Pitt).
Lietta Tornabuoni sulle pagine de La Stampaaccusa il cinema “commedia pecoreccia” di essere il veicolo con cui è stato sdoganato il berlusconismo, inteso come quel vizio di circondarsi di belle fighe senza cervello e di fare battute/dichiarazioni che mettono in ridicolo l’intero paese.
Quei fim piacciono ai ragazzini e ai loro padri nello stesso modo. Perché? Domanda sciocca: perché fanno ridere in modo grasso e licenzioso, e per la maggioranza italiana, come Berlusconi ha capito benissimo, ridere è il massimo.
Come se il berlusconismo dilagante, e l’antiberlusconismo di rimando e quella cosa indefinita che è il pidiessismo, non fossero cresciuti rigogliosi nella povertà culturale della nostra piccola borghesia, che ha prodotto un cinemino povero povero, che viene giustamente sbeffeggiato ai festival, e nella inutilità di quella che avrebbe dovuto essere la nostra critica blasonata.
1-0 per Marco Giusti, vien da dire. Palla al centro. E il raddoppio per Marco Giusti arriva quando quando si legge:
In Inglourious Basterds, ragionamento di Tarantino sul nostro «macaroni war movie», Eli Roth e Brad Pitt, quando cercano di fare i registi italiani, guarda un po’, imitano proprio il vecchio Bombolo che Roth aveva visto in Viva la foca, l’unica commedia che era presente alla mia rassegna veneziana di sei anni fa. Ma magari stavano imitando Berlusconi.
Però ad utilizzare una moviola si nota che un centro lo fa anche Lietta Tornabuoni: adesso, onestamente, chi si assume la responsabilità di affermare che i cinepanettoni della premiata ditta Boldi-De Sica-Neri Parenti-fratelli Vanzina assolvono il ruolo catartico del castigat ridendo mores dei nostri antenati romani?
Jamal Malik, ragazzo cresciuto nelle baraccopoli di Mumbai, partecipa all’edizione indiana di Chi vuol essere millionario? perchè la sua amata Latika vedendolo lo possa ritrovare.
Andiamo con ordine. Convincono: il melodramma bollywoodiano e i flashback sull’infanzia del protagonista nelle baraccopoli. Non convincono: l’impianto generale che strizza un po’ troppo l’occhio alla favola dickensiana, il titolo del film nella versione italiana: The Millionaire. Ma non era meglio rendere con un semplice Chi vuol esser milionario? come il nome del format citato invece di pastrocchiare come avviene troppo spesso? Senza contare la clamorosa svista nel doppiaggio! Segnalazioni: il conduttore del programma indiano è il sosia di Lillo, al secolo Pasquale Petrolo. Per tutto il film ti aspetti una battuta in calabrese estremo!
In tutti gli altri film di Danny Boyle che ho visto, Millions e Trainspotting, il denominatore comune con quello di cui stiamo parlando qui, è rappresentato dalla paccata di soldi che ti cambia la vita! Un topos o un modo per fare autoanalisi da parte del regista?
Tutto sommato però un buon film.
Primi anni 80, in una Milano che sta per diventare la Milano da bere, la città fulcro della moda e del glamour, un giovane sindacalista viene allontanato dal sindacato e spedito a gestire una delle prime cooperative sociali nate per dare un inutile passatempo ai malati di menti liberati dalla legge Basaglia.
Scontrandosi con lo scetticismo delle istituzioni e della gente comune, il sindacalista prova a rendere più umana la vita dei malati e a trasformare le attività svolte dalla cooperativa da semplice mezzo per occupare il tempo in occasioni di acquisire profitti.
Nel film di Giulio Manfredonia uno dei più grandi comici sulla piazza italiana, Claudio Bisio, non è il solito mattatore che fa splendere di luce riflessa anche le cosiddette spalle. In questo film Bisio gioca a togliere da quello che è il suo personaggio, per non oscurare il gruppo, quello dei malati in cui tutti sono credibilissimi e mai nessuno calca la mano nel rappresentare la malattia mentale: “siamo pazzi, non siamo stupidi”.
Un film delicato e ironico allo stesso tempo, che pur non abbandonandosi in facili buonismi cerca di educare una società che per dirsi veramente civile deve accettare la ragione come la follia, perchè da vicino nessuno è normale!
Dignitoso e tenerissimo il modo in cui si affronta il problema della sessualità dei disabili.
Un film da applausi: imperdibile.
Prima di tutto sgombriamo il campo: tutti quelli hanno voluto addomesticare il senso del film per avvalorare le tesi della propria ideologia hanno preso un grosso granchio. Tanto gli abortisti come gli antiabortisti. Juno è lontanissimo dal proporre una soluzione più giusta di un’altra. Detto questo, è un bel film. Punto e basta. Scritto benissimo da Diablo Cody, girato altrettanto bene da Jason Reitman, con una protagonista, Ellen Page, che buca lo schermo. Politicamente scorretto quanto basta, ironico il giusto. Ah, dimenticavo… ottima la colonna sonora.
Se cercate un però, sappiate che anche Juno ha un difetto: più che da sedicenne Juno parla e pensa come una trentenne disincantata. E allora? Il film ti diverte lo stesso.
Ho ricevuto una mail dove mi veniva chiesto se fossi ancora vivo. Si sono ancora vivo.
Sono mesi, in effetti, che non scrivo. Ma sono ancora vivo. Anzi, più vivo che mai.
Cos’ho fatto nel frattempo? Ho deciso di andare in Guinea Bissau il prossimo dicembre. Ho realizzato due web project abbastanza diversi tra loro per tematiche trattate e che per questo mi hanno arricchito parecchio e mi hanno regalato anche molte soddisfazioni. I link? Giammai, segreto professionale. Ho visto qualche film. Gomorra, a Verona la mini cooper è la macchina delle fighette, a Napoli quella dei camorristi. Hancok, spettacolare la prima parte. Teeth-Denti, teen movie a sorpresa, ahia. Sweeney Todd,Tim Burton mai così dark e senza lieto fine. Mongol, visi bellissimi e fotografia mozzafiato. Non è un paese per vecchi, ma come finisce? Ho assistito indirettamente a quella convention autocelebrativa che chiamano Blog Fest di Riva del Garda e mi sono stupito nello scoprirmi sorpreso di quanto, la maggiorarza dei partecipanti, abbia dato risalto più al contenitore che ai contenuti. Escludendo l’insulsa polemica nata dalle parole del boyfriend di Selvaggia Lucarelli.
Blog? Ma a che serve un blog? Vien proprio da chiederselo a questo punto.